Social vietati ai minori? Cosa cambia davvero con l’EU Kids Act

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A tredici anni si può avere un profilo social? E a quattordici, chi dovrebbe decidere quanto tempo trascorrere davanti allo schermo? Sono domande che coinvolgono milioni di famiglie europee. Il 17 settembre 2026 la Commissione europea ha presentato una proposta di regolamento chiamata EU KIDS Act, con un obiettivo ambizioso: rendere più sicuri gli ambienti digitali frequentati da bambini e adolescenti. La novità, però, va capita senza titoli allarmistici: al 22 ottobre 2026 si tratta di una proposta, non di un divieto già in vigore.

Che cosa prevede la proposta europea?

L’idea centrale è introdurre un accesso progressivo ai social media, distinguendo le esigenze dei bambini più piccoli da quelle degli adolescenti. Secondo la proposta della Commissione, chi ha meno di 13 anni non potrebbe accedere ai social network. Resterebbe possibile utilizzare servizi di condivisione video progettati specificamente per bambini, ma attraverso un account gestito da un genitore o tutore.

Per i ragazzi di 13 e 14 anni la proposta immagina un «mini account» supervisionato da un adulto, con funzioni limitate e un limite di utilizzo di un’ora al giorno. A partire dai 15 anni sarebbe invece possibile aprire e gestire autonomamente un account social. Non è, quindi, un unico divieto indistinto fino alla maggiore età: la Commissione propone tre fasce con livelli diversi di autonomia.

Perché proprio queste soglie d’età?

La logica dichiarata è quella di accompagnare l’ingresso nel mondo digitale gradualmente. Un bambino di undici anni, un ragazzo di quattordici e uno di sedici possono avere capacità, vulnerabilità e bisogni sociali molto diversi. Un modello basato soltanto sulla scelta di autorizzare o vietare rischia di non cogliere questa complessità.

Ciò non significa che compiere quindici anni renda automaticamente pronti a gestire ogni rischio. La maturità non si misura soltanto con una data di nascita e una regola generale non sostituisce l’educazione digitale. Le soglie servirebbero piuttosto a indicare obblighi minimi comuni ai servizi online, lasciando aperta la questione di come applicarli nella vita reale.

Non soltanto tempo online: cambierebbe il modo in cui sono progettate le app

Il punto forse più interessante dell’EU KIDS Act riguarda il design delle piattaforme. Secondo la Commissione, i servizi utilizzati dai minori dovrebbero offrire maggiori protezioni fin dall’inizio, senza costringere famiglie e ragazzi a cercare impostazioni nascoste fra decine di menu. I profili dei minori dovrebbero essere privati per impostazione predefinita e gli strumenti per bloccare o silenziare altri utenti dovrebbero essere semplici da usare.

La proposta prende di mira anche le funzioni che possono spingere a restare collegati oltre il necessario: scorrimento infinito dei contenuti, meccanismi di ricompensa e notifiche durante le ore di riposo. Non si tratta di sostenere che ogni video breve sia dannoso, ma di chiedersi se alcune interfacce siano progettate soprattutto per massimizzare il tempo passato nell’app, anche quando questo entra in conflitto con il benessere di chi la usa.

Un altro aspetto riguarda i contatti indesiderati da parte di sconosciuti. La proposta vuole impedire che i minori vengano raggiunti facilmente da richieste non sollecitate. È una differenza importante rispetto a un semplice consiglio rivolto ai genitori: sposterebbe una parte della responsabilità sulle piattaforme che costruiscono e gestiscono questi servizi.

E i chatbot con intelligenza artificiale?

Il progetto non si limita ai social tradizionali. Include anche piattaforme video, giochi online, compagni virtuali e chatbot basati sull’intelligenza artificiale. Nel testo presentato dalla Commissione, i chatbot e i compagni virtuali per minori dovrebbero essere disattivati per impostazione predefinita e non potrebbero essere progettati per alimentare una dipendenza emotiva.

La questione merita attenzione. Un sistema capace di conversare in modo fluido, rispondere a qualsiasi ora e simulare vicinanza può essere utile per imparare, ma può anche creare un rapporto sbilanciato, soprattutto per chi sta ancora formando la propria capacità critica. Distinguere fra un assistente e un amico reale è uno dei nuovi compiti dell’educazione digitale.

Come si verifica l’età senza sacrificare la privacy?

Un limite d’età, da solo, serve a poco se basta dichiarare una data di nascita falsa per aggirarlo. Per questo la proposta chiede sistemi di verifica dell’età ai servizi online e agli app store, cercando di tutelare allo stesso tempo la riservatezza degli utenti. La Commissione indica, fra gli esempi, l’app europea di verifica dell’età, concepita per non conservare documenti d’identità o dati biometrici.

È una sfida delicata. Da una parte occorre impedire che i controlli siano puramente simbolici; dall’altra sarebbe paradossale proteggere i minori obbligandoli a condividere più informazioni personali del necessario. Anche per questo contano le soluzioni tecniche concrete, le garanzie di sicurezza e i controlli su chi gestisce i dati.

Chi dovrebbe rispondere dei rischi?

Un cambiamento rilevante della proposta riguarda la responsabilità delle piattaforme di dimensioni molto grandi. Anziché attendere soltanto che un’autorità dimostri l’esistenza di un problema, i fornitori dovrebbero mostrare che i loro servizi sono sicuri per i minori e progettati tenendo conto del loro benessere. È un passaggio dalla semplice moderazione dei singoli contenuti alla valutazione delle scelte strutturali che influenzano il comportamento degli utenti.

Naturalmente, nessuna norma può sostituire completamente il dialogo in famiglia o l’educazione a scuola. Le regole di progettazione potrebbero ridurre alcuni rischi, ma resta fondamentale insegnare a riconoscere pubblicità, manipolazioni, falsi profili, violazioni della privacy e contenuti ingannevoli.

Che cosa cambia oggi per le famiglie italiane?

Per il momento, l’EU KIDS Act non introduce automaticamente nuove soglie obbligatorie. Dopo la presentazione della Commissione, il testo deve essere esaminato dal Parlamento europeo e dal Consiglio, che potranno discuterlo e modificarlo prima dell’eventuale adozione. Non sarebbe corretto presentare le misure descritte come una legge già applicabile.

Intanto, genitori e ragazzi possono già fare scelte concrete: controllare insieme le impostazioni di privacy, disattivare notifiche non necessarie, concordare pause durante lo studio e prima di dormire, parlare delle persone con cui si interagisce online e valutare criticamente i consigli ricevuti dai chatbot. Meglio poche abitudini sostenibili che un elenco di divieti impossibili da rispettare.

Proteggere senza escludere

Il dibattito europeo pone una domanda più ampia: come aiutare i giovani a partecipare alla vita digitale senza lasciarli soli davanti a meccanismi pensati per catturare attenzione? Vietare tutto sarebbe una risposta facile, ma non necessariamente sufficiente. Lasciare tutto invariato, al contrario, significherebbe ignorare rischi reali. L’EU KIDS Act prova a trovare una via intermedia. Solo il percorso legislativo dirà quanto del progetto iniziale diventerà effettivamente legge.

Per approfondire

Commissione europea: EU KIDS Act — sintesi ufficiale della proposta del 17 settembre 2026.

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