La paura del cambiamento nel lavoro non è una questione tecnica, né legata solo all’intelligenza artificiale.
La domanda è arrivata alla fine.
Quando il caffè era quasi finito.
Quando le cose importanti sembravano già dette.
“Allora… paura del cambiamento nel lavoro. Tu come la stai vivendo?”
Non era una domanda tecnica
Non stava chiedendo dell’intelligenza artificiale.
Né di strumenti.
Né di futuro.
Stava chiedendo altro.
E lo sapevamo entrambi.
C’era una pausa strana, dopo quella frase.
Come se la risposta potesse essere
troppo lunga
o troppo vera.
La risposta automatica
La prima risposta è uscita da sola.
“Mah… bene. Dai. Si va avanti.”
Una frase comoda.
Breve.
Sicura.
Ma non era quella giusta.
La risposta vera
La risposta vera è arrivata dopo.
Più piano.
“A volte mi sento indietro.
A volte mi sembra di correre.
E a volte non capisco nemmeno verso cosa.”
Non c’era dramma in quelle parole.
Solo stanchezza.
E lucidità.
Il silenzio che segue
Dopo non ha parlato subito.
Ha annuito.
E in quell’annuire c’era qualcosa di importante:
riconoscimento.
Non stava cercando soluzioni.
Stava dicendo:
“Ok. Non sono l’unico.”
Non serviva altro
La conversazione non è diventata profonda.
Non abbiamo risolto nulla.
Non abbiamo fatto piani.
Ma qualcosa si era spostato.
Perché dire ad alta voce
“non lo so”
è diverso dal pensarlo in silenzio.
Forse è questo il punto
Forse il cambiamento non chiede risposte brillanti.
Chiede spazi dove poter dire
che non è tutto chiaro.
Domande semplici.
Frasi imperfette.
Conversazioni che non portano da nessuna parte,
se non un po’ più vicini.
Bistrot des AI nasce anche per questo.
Per custodire queste domande semplici.
Questi silenzi condivisi.
Queste persone.

